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Migliorare la sicurezza dell’ambiente IOT con la Blockchain

Migliorare la sicurezza dell’ambiente IOT con la Blockchain

Nel 2017 abbiamo avuto circa 8,4 miliardi di termostati, telecamere, lampadine e altri dispositivi elettronici connessi. Entro il 2020 questo numero potrebbe superare i 20 miliardi e nel 2030, per Ciscola cifra si aggirerà oltre i 500 miliardi. Assicurare una corretta protezione a device del genere è fondamentale quando si parla di fruizione privata ma lo è ancora di più se il contesto di riferimento diventa quello enterprise, dove l’IoT è oramai un modus operandi consolidato.

Una internet delle cose insicura è un incubo che ha già permesso notevoli disastri informatici. Pensiamo a quello subito nel 2016 da Dyn, multinazionale che gestisce indirizzi IP a livello globale. Il blackout di quasi due anni fa era stato reso possibile dalla creazione di una botnet, Mirai, formato proprio da oggetti IoT indifesi, sfruttati per inviare DDoS di proporzioni enormi e soprattutto prolungati nel tempo. Una soluzione a questo problema potrebbe essere un nuovo modo di monitorare e gestire le macchine connesse, tramite la blockchain. 

Come può servire la blockchain 

Più i dispositivi IoT migliorano e più diventano bersaglio degli hacker. Il motivo è semplice: gestendo informazioni di livello successivo, i criminali mirano a bucare piccoli strumenti che danno l’opportunità di ottenere dati essenziali per scalare le minacce e convertire le azioni in quattrini (pensiamo ai ricatti, ai cryptolocker e così via). Con la blockchain, i produttori possono realizzare un ambiente maggiormente controllato che non sacrifichi la versatilità per la sicurezza. Lo snodo non è tanto ripensare la costruzione dei sensori, che di per sé non godono di sistemi operativi preinstallati, ma nella presenza di un hub che si fondi sulla logica della blockchain, in quanto struttura decentralizzata e autodeterminata.

Qualche esempio concreto 

Sebbene l’idea di usare la catena di valore come fondamento di un ambiente IoT sia relativamente nuova, c’è già chi l’ha messa in pratica. Nokia ha infatti lanciato un set di servizi chiamato Sensing as a Service (S2aaS), che fornisce analytics contestuali come risultato del lavoro di sensori e oggetti dislocati in punti nevralgici del business. Quello che cambia, rispetto alle piattaforme classiche di rilevazione e analisi è che S2aaS è potenziato da un motore blockchain costruito per veicolare i dati in modalità crittografata, dalla sorgente alla destinazione di un centro di controllo, ma anche per abilitare micro-transazioni anonime e private, che consentono agli operatori di monetizzare i dati analizzati e generare nuovi flussi di entrate.  In pratica, una compagnia potrebbe seguire la strada della blockchain per connettere l’IoT in dotazione a un software che oltre a gestirne il corretto funzionamento, i livelli di erosione ed eventuali criticità, metta anche in collegamento l’hardware con i reparti o le aziende di fornitura terza, che possono intervenire nell’immediato, in caso di problematiche, senza scalare ticket di richiesta e agendo nella più completa sicurezza informatica. Allo stesso modo, è plausibile aprire la porta di quei sensori a società, partner o clienti della principale, in grado di convertire i dati grezzi in altre forme di business, così da semplificare la nascita di ulteriori processi commerciali.  

Un altro caso interessante è quello di Hyundai che ha creato un ambiente blockchain Iot-friendly con la startup HDAC. Anche qui l’obiettivo è donare sia un canale di comunicazione realmente privato che permetta scambi economici, per lo più tramite valute crittografate tra fornitori e committenti o utenti stessi del network. Il fulcro della sicurezza è nel concetto di smart contract, cioè la possibilità di trasformare un token, parte di una certa blockchain, in un asset, per attivare un servizio, accedere a un sistema ed eseguire un compito. Il token da solo vale poco perché deve essere validato, in maniera automatica via algoritmi, dagli altri componenti della catena.  

Qui si risolve uno dei più grossi problemi di security del mondo IoT: se un hacker ottiene l’accesso a un account, in remoto, non è detto che possa violare anche la componente individuale in un nodo della blockchain perché l’asset per svolgere un’attività, come il passaggio di valute o informazioni, può essere conservato fisicamente su un dispositivo di verifica che può cambiare, dallo smartphone al computer, dall’orologio connesso al visore AR; una protezione interoperabile e multilivello.  

AMBIENTE SICURO 

Il vantaggio principale della blockchain è che le operazioni che essa ospita non possono essere manipolate, interrotte o dirottate. Tutto ciò che passa per i canali di una rete del genere è a prova di manomissione, anche nei confronti dei temuti attacchi man-in-the-middle o DDoS. Il motivo? Pur nella liquidità di un apparato digitale, la catena non si presenta sotto forma di un singolo thread intercettabile ma come blocchi legati da un filo che parte e arriva dove nessuno sa, nemmeno i partecipanti. Le capacità decentralizzate, autonome e affidabili della blockchain ne fanno quindi una componente ideale per una soluzione IoT davvero protetta. 

 

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