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L’impatto dell’AI sull’occupazione

L’impatto dell’AI sull’occupazione

Quale sarà l'impatto dell'intelligenza artificiale sul mondo del lavoro (umano)? Esiste un'amplissima gamma di ipotesi, dalle più catastrofiche alle più ottimistiche: a seconda del punto di vista adottato, i robot, alimentati per l'appunto dall'AI, sostituiranno in tutto e per tutto l'attività dell'uomo, non solo nelle operazioni ripetitive e banali, ma anche nelle mansioni che richiedono creatività e soft skill; oppure, i robot saranno dei facilitatori, degli aiutanti discreti che interverranno per migliorare le prestazioni dei lavoratori in carne e ossa. È chiaro che, prendendo in considerazione lo scenario più pessimistico, l'introduzione dell'intelligenza artificiale rappresenta una minaccia all'occupazione per come la conosciamo oggi e suscita una serie di interrogativi sull'evoluzione, a tappe forzate, che l'intera società (non solo lo stato assistenziale) dovrà affrontare nel giro di pochissimi anni. Pertanto, se è un problema che, con i suoi innumerevoli risvolti, investe la società nel suo complesso, crediamo che sia necessario da parte dell'intero mondo imprenditoriale prendere atto dell'inevitabilità del cambiamento e agire di conseguenza; possibilmente collaborando con le altre forze in gioco.

Nuovi lavori e nuovi disoccupati. L'ago della bilancia sono AI e competenze

Tra chi si azzarda a fare previsioni sostenute da dati, Bain & Company dichiara che entro il 2030, a livello mondiale, automazione spinta e intelligenza artificiale saranno alla base di un aumento della produttività del 30% rispetto ai valori registrati nel 2015; questo, però, a fronte di una diminuzione dei salari medi e del tasso di occupazione: con il 25% di posti in meno, i nuovi disoccupati saranno circa 40 milioni. McKinsey invece adotta una prospettiva di medio periodo e sostiene che in capo a un quinquennio l'utilizzo dell'intelligenza artificiale, associata alla crescita esponenziale delle tecnologie digitali, spazzerà via circa 75 milioni di posti di lavoro. Allo stesso tempo, però, serviranno 133 milioni di nuovi occupati, proprio per creare, alimentare e gestire questi strumenti. Il saldo dunque è positivo, con 58 milioni di nuove posizioni. Il problema è che con ogni probabilità, considerato lo stato attuale delle cose, tra cinque anni ancora non disporremo delle competenze e delle professionalità in grado di ricoprire quei ruoli. Non tanto perché manchino le offerte di formazione, quanto perché deve ancora svilupparsi il giusto approccio a una realtà estremamente dinamica, di cui cominciamo solo ora a intravedere l'orizzonte. Non a caso, indirizzando la questione e analizzando i trend che contraddistingueranno il mondo del lavoro nell'immediato futuro, Michael Page e Foresight Factory suggeriscono di sviluppare competenze liquide, nell'ottica di poter affrontare, nel corso della vita professionale, almeno cinque o sei carriere diverse in contesti altrettanto differenti. L'intelligenza artificiale non solo supporterà lo svolgimento delle attività in ambienti del tutto nuovi – anche tramite tecnologie di bio-potenziamento delle capacità umane – ma ne favorirà pure l'inserimento. Secondo la società di recruiting, infatti, il curriculum vitae sarà aggiornato e modificato all'interno di spazi interattivi gestiti proprio dall'AI, che ne ottimizzerà le informazioni in base alle esperienze maturate facendole collimare con gli algoritmi di ricerca degli specialisti dello scouting.

Co-bot, una suggestione da trasformare in realtà

La situazione, quindi, offre due chiavi di lettura, con un rovescio della medaglia dai contorni estremamente variabili, a seconda di come sarà gestita. Si è detto prima che molto dipenderà – anche – dalle imprese, dal ruolo che vorranno giocare in una partita che in realtà è già cominciata da parecchio tempo. È il momento per i decisori del mondo del business di interrogarsi seriamente e concretamente sul tipo di organizzazione che si vuole promuovere, stabilendo se l'obiettivo finale, la creazione di margine, passa prima di tutto per l'abbattimento dei costi o per la creazione di valore. In questo senso cambia anche il significato da attribuire a parole come intelligenza artificiale e tecnologie digitali. C'è già chi ha coniato il termine co-bot, che emblematicamente unisce le parole “collaboration” e “robot” e che delinea l'ipotesi forse più ottimistica sullo scenario futuro dei rapporti tra uomo e macchina sul lavoro. Per ora si tratta di una mera suggestione: tocca alle imprese trasformarla in realtà.

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