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Perché è importante investire in innovazione

Perché è importante investire in innovazione

Insieme alla ricerca scientifica e allo sviluppo delle conoscenze, investire in innovazione è determinante nella crescita economica di un Paese e per le aziende che ne costituiscono il tessuto economico. Innovare significa introdurre nuove modalità di progettazione, di produzione e di vendita di beni o servizi e significa anche realizzare un cambiamento – se non una vera rivoluzione – nello status quo esistente. Sostenute, tra l’altro, dal credito di imposta sulle spese in ricerca e sviluppo – introdotto con la Legge di Stabilità 2015 dal Governo italiano in sinergia con il Patent Box (un regime di tassazione agevolata per i redditi derivanti, per esempio, dall’utilizzo di software protetto da copyright) –, le aziende italiane stanno indubbiamente investendo in innovazione.


Investire in innovazione: il capitale umano

A dirlo sono i risultati del Piano Nazionale Impresa 4.0 diffuso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze secondo cui, nel 2017, il numero delle realtà imprenditoriali che hanno beneficiato delle misure di agevolazione e di detassazione appena menzionate sono state 16.000, con un incremento del 104%. Sempre nel 2017, gli investimenti per i settori che rientrano nel super e iper ammortamento fiscale e finanziati dalla Nuova Sabatini sono cresciuti di oltre 10 punti percentuali su base annua. Tra i dati più interessanti del suddetto Piano emerge che le imprese italiane hanno prevalentemente investito in software, IoT, Cloud Computing, cyber sicurezza e robotica, segno che le innovazioni digitali e i vantaggi a esse connesse stanno facendo breccia nel nostro tessuto produttivo. A mancare, semmai, sono gli investimenti nella formazione del personale, che sono però fondamentali se si vuole colmare la mancanza di competenze nelle tecnologie 4.0 di chi le utilizza. La stessa nota negativa la riportano i dati inerenti al venture capital, che da noi non decolla e costringe le nuove startup innovative a cercare capitali privati o a rifugiarsi all’estero.

Eppure le aziende manifatturiere tricolore mostrano di aver compreso i benefici sia dell’integrare nei loro prodotti sempre più componenti digitali e connessi (per dotarle, così, di un certo grado di autonomia), sia nell’aumentare l’uso delle tecnologie digitali e informatiche nei loro processi d’impresa. Lo dimostra l’ormai diffusa best practice di chi integra sensoristica a bordo dei propri prodotti per poi utilizzare le informazioni raccolte su questi stessi prodotti al fine di offrire nuovi servizi ai clienti che li utilizzano. Ma, ancora una volta, non si tratta solo di incentivi statali o di dimensioni di impresa, bensì di propensione agli investimenti in innovazione e di maturità dimostrata nell’adozione delle nuove tecnologie. Affinché quest’ultima dia i suoi frutti, occorre superare l’approccio dei “progetti pilota” e diffondere tra più figure, con ruoli manageriali diversi, la responsabilità delle iniziative di digitalizzazione intraprese in azienda. In tal senso, la cultura dell’innovazione andrebbe diffusa come investimento per costruire il futuro: non meri investimenti in tecnologia solo per tagliare i costi ed efficientare, ma un'occasione per sviluppare nuovi business e professionalità. Perché ciò si realizzi servono imprenditori visionari e collaborativi, capaci di identificare i bisogni inespressi del mercato e di puntare sul capitale umano quale vero e unico motore dell’innovazione. Specie se questo stesso capitale umano saprà far sua una logica di “lifelong learning”, che sta a indicare un processo di conoscenza continua volta a imparare a sviluppare nuovi approcci e nuovi modelli lungo tutte le fasi delle vita lavorativa. Tutto questo senza contare che investimenti infrastrutturali importanti nelle reti di connettività aiuterebbero il mondo produttivo italiano, producendo una ricaduta del tutto positiva su una miriade di processi che rappresentano una vera opportunità di rilancio per l’intero Sistema Paese.

 

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