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Smart City e innovazione sociale con i cognitive services

Smart City e innovazione sociale con i cognitive services

Segnatevi questo termine, cognitive city, perché è quello che trainerà lo sviluppo IT della città del futuro. Non si tratta di qualcosa di diverso dalle tradizionali smart city ma del loro completamento in termini tecnologici. Quando ci riferiamo alle città intelligenti infatti tiriamo nel mezzo un sacco di paradigmi e possibilità non sempre verificatesi. Dai trasporti alla connettività, dai flussi urbani sino all’ottimizzazione degli spazi, si fa presto a definire tecnologicamente avanzata una società, basta che mostri qualche servizio digitale, un’app per monitorare la linea del bus o per prenotare un appuntamento presso un ufficio pubblico.

Un contesto del genere è decisamente migliore di quello a cui eravamo abituati in passato ma per parlare sul serio di smart city bisogna fare un passo ulteriore verso la cosiddetta sensibile city (termine coniato da Eurisko per identificare una realtà che sfrutta l’hi-tech a scopo di healthcare) o cognitive city, un ambiente ideale in cui le piattaforme sono interoperabili, comunicano, mettono a frutto la loro conoscenza sui dati per realizzare davvero un beneficio per i cittadini. Una città cognitiva si differenzia da quelle classiche e smart per la capacità di evolversi costantemente tramite l'interazione con i suoi abitanti, diventando più efficiente, sostenibile e veloce nel rispondere alle problematiche quotidiane (per esempio il traffico).

In cosa consiste una cognitive city

Un panorama simile può essere attuato solo integrando tool di nuova generazione nei sistemi di comprensione e gestione delle attività che hanno a che fare, in qualche modo, con la città. Machine learning, AI, reti neurali, sono alcuni dei termini dietro i quali si nascondono applicazioni in grado di analizzare tutta la mole di dati prodotta ogni giorno, per restituire risposte precise a domande forse nemmeno mai poste. Ma in cosa consiste, concretamente, una cognitive city?

In termini pratici, diversi punti di contatto, a partire dagli smartphone già in nostro possesso, inviano informazioni utili a sorgenti peculiari: social media, totem di ricarica o Wi-Fi, uffici amministrativi, negozi, centri culturali e di interesse, contribuendo a creare una visione ampia sull’andamento della vita in città. A cambiare non è tanto la modalità di ottenimento dei dati, che è più o meno la stessa odierna, quanto l’adozione di un’infrastruttura che deve contestualizzare i contenuti per estrapolarne valore ai fini delle varie operazioni che entrano in gioco, come la personalizzazione dei servizi e l’adattamento versatile, in tempo reale, a ciò che accade nella metropoli. Facciamo un esempio: dall’analisi predittiva all’azione.

Il ruolo dell’analisi predittiva per intervenire prontamente

L'analisi predittiva, l'elaborazione del linguaggio naturale e il cloud computing, possono aiutare a studiare il sentiment dei cittadini, nell’ottica di adottare modelli proattivi di risposta. Se il sistema avverte un'improvvisa ondata di tweet circa un assembramento in un certo luogo, magari per disordini o eventi piacevoli, come un incontro di calcio, la segnaletica connessa può cambiare facendo defluire il traffico verso le arterie esterne, così da permettere alle forze dell’ordine, anch’esse avvertite in autonomia dalla AI, di intervenire con maggiore prontezza e celerità.

È evidente che il punto di partenza sia la smart city (monitoraggio dei social network, IoT, webcam) ma l’attuazione è cognitiva, perché mette in comunicazione una serie di asset esistenti (Twitter, la polizia, le strade) in maniera responsiva e auto-determinante. Il fine ultimo? Innovare la società calandola in una cornice idealmente impregnata di futuro ma di cui scorgiamo già adesso il profilo, perché inscritto nello scheletro stesso della città intelligente.

I cognitive services e la partecipazione dei cittadini

Il settore delle smart city è in continuo divenire e i cognitive services promettono di ampliarne gli ambiti applicativi, supportando uno sviluppo orizzontale, che faccia dell’accessibilità un pillar dell’esperienza utente. La mera tecnologia da sola non può rendere funzionale una città. Servono i cittadini, non meri fruitori di beni e servizi ma parte attiva del cambiamento. I loro dati, le loro tendenze e comportamenti vanno incanalati in un flusso che non porti vantaggio solo a chi fa business sulle informazioni personali ma anche a chi considera il progresso collettivo un mantra del proprio operato.

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